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Enuresi notturna

L’enuresi notturna è un disturbo che consiste nell’emissione involontaria di urina durante il sonno, in bambini di età superiore ai cinque-sei anni, in assenza di lesioni dell’apparato urinario. E’ un fenomeno abbastanza frequente, in quanto coinvolge circa il 10-15% dei bambini di sei anni di età. Ne esistono diverse forme e nei casi più difficili è possibile intervenire, oltre che con trattamenti farmacologici e comportamentali precisi e mirati, attraverso piccole accortezze e strategie che possono essere messe in atto dai genitori con l’aiuto dello specialista che tratta enuresi.
Per essere diagnosticato secondo i criteri del DSM IV, il disturbo deve manifestarsi almeno due volte a settimana per almeno tre mesi consecutivi, e determinare una compromissione significativa dell’area sociale e scolastica del bambino.

E’ frequente, infatti, che i bambini tendano a vergognarsi del disturbo e, di conseguenza, evitano tutte quelle situazioni che possono metterlo in imbarazzo, come la partecipazione a gite scolastiche, campeggi o soggiorni da amici e parenti. Questo, ovviamente, comporta un ritiro dalla vita sociale con conseguente deterioramento della vita relazionale del bambino.

Alla base del disturbo, soprattutto nella forma secondaria, spesso c’è una componente emotiva: il bambino regredisce nell’evoluzione del suo sviluppo, tornando a fare la pipì a letto come quando era più piccolo. Vi sono alcuni fattori che possono influenzare l’insorgenza di questo fenomeno: tra i casi più diffusi abbiamo la nascita di un fratellino o di una sorellina, l’ingresso a scuola o un cambiamento improvviso nella quotidianità del bambino, come un trasloco, la separazione dei genitori o un’ospedalizzazione prolungata. Si tratta prevalentemente di eventi che stravolgono la vita del bambino, minando le sue certezze e i suoi punti fermi, influenzando il ritmo e lo stile della vita familiare: ciò ha inevitabili ripercussioni sul bisogno di sicurezza, di attenzione e di dipendenza del minore.
Il disturbo può essere affrontato sia in termini farmacologici che comportamentali, in base alle indicazioni del medico. È opportuno accompagnare queste metodologie con un intervento psicologico di tipo psicoeducativo, con l’obiettivo di individuare, in base al contesto in cui il bambino vive, le indicazioni per evitare che determinati atteggiamenti possano aggravare la situazione aumentandone l’imbarazzo e il senso di colpa.
Se il medico prescrive una terapia farmacologica, spesso si fa ricorso alla desmopressina o a farmaci anticolinergici che aumentano la capacità di contenere l’urina nella vescica.

Possono essere utilizzate, inoltre, anche delle tecniche comportamentali che permettono un apprendimento graduale della continenza notturna.
Ad esempio far compilare un diario a tre colonne al risveglio la mattina: la prima con il sole, mettendo una crocetta se è completamente asciutto, la seconda colonna è il sole con la nuvoletta se ha bagnato, ma si è svegliato spontaneamente ed è andato in bagno a svuotare la vescica, la terza colonna la nuvoletta con il temporale se ha bagnato molto senza risveglio. Questo porta ad un’attenzione mirata a prendere coscienza del disturbo e partecipare in modo attivo a risolverlo in prima persona, con la collaborazione dei genitori.
Se con questa metodica non si ottengono risultati, uno dei più diffusi metodi è il sistema di allarme: il bambino, prima di addormentarsi, è collegato a un piccolo apparecchio che, appena inizia l’emissione di urina, attiva una suoneria in grado di svegliarlo per permettergli di completare la pipì in bagno.
Questo trattamento lo metterei come ultima possibilità perché spesso con un’adeguata spiegazione del disturbo e del trattamento, non serve arrivare a consigliare l’allarme notturno.

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